Il tempo non è una questione di punti di vista

Il tempo è una certezza: il giorno è fatto di 24 ore, 1440 minuti, 86400 secondi. Questo dato non è discutibile, giusto?

No perché pare, leggendo gli articoli che rimbalzano qui e là nel web, che il tempo sia una questione di punti di vista.

La conciliazione lavoro famiglia, cruccio del 99% delle mamme, per un fortunato 1% non è un problema: queste donne lavorano 14 ore al giorno e riescono comunque ad essere dei genitori modello.

Anzi, hanno un rapporto splendido con i figli che comprendono e capiscono sempre se la loro mamma non è andata a vederli alla recita, a prenderli a scuola, a stare con loro per più di 10 minuti al giorno, e nemmeno tutti i giorni.

Non solo, fanno di più: la sostengono!

Loro, animaletti ancora puri e istintivi, egoisti ed egocentrici per natura, si snaturano e diventano comprensivi e accomodanti.

Ai miei figli non succede mai. Se mi ritaglio un tempo per lavorare, mentre sono sola con loro, se gli spiego che DEVO faro, che ho delle scadenze, che non posso giocare con loro in quel momento, che non posso dargli attenzioni non ottengo quasi mai risultati.

Certo, RIESCO a farlo, ma a caro prezzo o scendendo a compromessi. I miei difettosi figli di 7 anni e mezzo, 5 anni e mezzo e 2 anni e mezzo, sono tutto fuorché complianti (come è giusto che siano, eh. La natura non mente).

E allora io, a queste mamme workaholic, non credo.

Sono una mamma lavoratrice, come molte, un po’ per scelta (io il sacro fuoco della mamma al 100% non ce l’ho, ho bisogno di uno spazio di realizzazione e relazione con persone adulte), un po’ perché uno stipendio solo a casa non basta.

Ho lavorato per una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia: facevo l’infermiere in rianimazione e al secondo figlio mi sono licenziata e ho scelto di lavorare “sul territorio”, facendo l’infermiere domiciliare, perché così potevo gestire al meglio il mio tempo. Poi con l’arrivo di Margherita ho rivisto nuovamente il lavoro e oggi mi occupo di yoga, babywearing e digitale.

Guadagno meno, perché lavoro meno, faccio un lavoro meno “intenso” – di certo l’adrenalina non è uno dei neurotrasmettitori che secerne quotidianamente il mio corpo mentre lavoro – ma (quasi) ogni giorno sono fuori dalla porta della scuola materna per andare a prendere un figlio e quasi sempre sono in compagnia della più piccola. Il che, però, mi permette di produrre endorfina, neurotrasmettitore anche questo, ma che mi permette di provare una sorta di piacevole benessere, quasi come da felicità immotivata.

In soldoni: faccio un lavoro meno eccitante, ma sono felice lo stesso, cosa che qui in Italia pare pressoché impossibile.

Ho scelto questo perché credo che, se per essere un buon avvocato, non bastino 2 ore di lavoro al giorno, come queste possono bastare per essere un genitore perfetto?

Con questo non voglio dire che le mamme che arrivano a casa alle sette di sera non siano brave mamme, eh, anzi.

Ma credo se permettessimo alle donne che lo desiderano di lavorare 6 ore al giorno, magari di cui uno dei 5 giorni lavorativi da casa, sarebbero ugualmente produttive ma di gran lunga più felici e meno divorate dai sensi di colpa.

Non raccontiamoci che siamo i modelli di riferimento dei nostri figli, che i nostri figli sono in perfetta sintonia e sinergia con noi, che li consociamo come le nostre tasche, che non abbiamo nessun tipo di problema nel relazionarci con loro, che non perdiamo un colpo della loro esistenza se li frequentiamo per 1 ora ogni giorno, ma nemmeno tutti i giorni.

E’ una balla che noi madri siamo tenute a raccontarci perché il Paese in cui viviamo non ci concede nulla di diverso.

Se li vediamo per 12 ore al giorno, di cui mediamente 10 o 11 le dormono, come possiamo dire di non esserci persi una buona fetta della loro esistenza? Sopratutto se in quelle risicate ore che ci restano dobbiamo controllare se hanno fatto i compiti, preparare la cena, cenare, sistemare la cucina, concedergli i tanto agognati cartoni serali, mettergli il pigiama.. cosa ci rimane? 15 intensi minuti prima di metterli a letto?

Credo che fare il genitore sia anche altro.

Sia prendersi il tempo per fare merenda con loro, guardarli in silenzio, essere pronti ad ascoltarli quando loro sono pronti a parlare con noi (quante volte alle nostre mille domande serali ci rispondono con fastidiosi monosillabi? E invece quante volte, in vacanza o nel fine settimana, ci chiediamo dove sia il tasto per spegnerli? La differenza è il tempo: scelgono loro come e quando parlare con noi, perché noi siamo più presenti e disponibili).

Annoiarsi al parco mentre loro giocano non è una perdita di tempo. E’ ricchezza. E’ riempire i nostri occhi di ricordi che altrimenti non avremmo, è osservarli e comprenderli nei loro momenti di massima spontaneità. E’ essere pronti a dargli un abbraccio, un sorriso, un bacio come “ricarica” per poi lasciarli allontanare da noi, felici e sicuri.

Addormentare i miei figli la sera a volte mi pesa, magari ho mille cose ancora da fare e sono stanca, vorrei lavarmi, mettermi la crema e il pigiama, mettermi sul divano a leggere, prendere un tempo per me.

Poi penso che tra qualche anno, di quel tempo, ne avrò molto di più perché loro non avranno più così voglia di stare con me. Vorranno mettersi il pigiama da soli e andare in camera a raccontarsi i loro segreti, senza una mamma curiosa tra i piedi.

E allora, tutto il tempo che ho dedicato a loro, sottraendolo a me, lo potrà recuperare. Ma ora, che sono piccoli, hanno bisogno di me. O almeno di un genitore presente.

C’è un tempo in cui noi madri siamo indispensabili per la loro sopravvivenza e un tempo in cui possiamo essere sostituiti da un’altra figura, senza problemi. Noi abbiamo però dimenticato anche quel tempo indispensabile.

In Africa, nei villaggi rurali, dove la natura e l’istinto hanno ancora la meglio, generalmente una donna non esce dalla sua capanna per le prime 6 settimane post parto. Perché? Perché li la vita gioca il tutto e per tutto: ci vogliono 6 settimane al nostro corpo per riprendersi completamente dal parto e ci vogliono 6 settimane per stabilizzare l’allattamento. Li, dove l’istinto è ancora messo al centro, sanno bene che se si giocano male quelle 6 settimane, può essere che uno dei due non sopravviva (parliamo di posti dove, nonostante questo, la mortalità infantile rimane intorno al 15% nei primi 5 anni di vita. Se non rispettassero nemmeno quelle 6 settimane, come facciamo noi, sarebbero probabilmente estinti).

Noi raccontiamo al mondo che siamo tornate al lavoro dopo una settimana dal parto. O in palestra. O a bere un aperitivo con le amiche. E una parte del mondo ci applaude, perché abbiamo mantenuto alta la nostra indipendenza, la nostra individualità, non ci siamo “perse” nella maternità.

No, noi non stiamo facendo quello.

Noi stiamo venendo meno alla nostra primaria responsabilità, demandandola ad altri o altro: la sopravvivenza della specie.

Poi, quando il bambino è più grande, certo, che allora il ruolo del padre è fondamentale. Che può essere lui che va a prenderli a scuola, che rimane a casa se sono malati, che gli racconta le storie, che gli mette il pigiama. Ci si scambiano i ruoli, si fa una staffetta: un po’ tu, un po’ io.

Un po’ tu, un po’ io: non 10 ore al giorno le istituzioni scolastiche (di qualunque grado), un’ora il papà, un’ora la mamma, un’ora la baby sitter. Perché così decade il nostro ruolo di agenzia educativa principale.

Come non è possibile essere buoni professionisti se lavoriamo 1 ora al giorno, non possiamo pretendere di svolgere il “mestiere” del genitore al meglio, nello stesso tempo.

E non siamo noi che siamo meno capaci, perché, alla nostra quotidiana frustrazione qualche mamma manager super top millanta super poteri, ma sono loro che mentono a sé stesse (e la società, che non è stupida e fa i suoi interessi, è pronta a sostenerle: costa meno un bambino al nido che una mamma a casa. E non a caso, le politiche sociali sono volte a incentivare il rientro al lavoro precoce di una donna piuttosto che il suo rimanere a casa un paio di mesi in più, per il benessere suo e del suo bambino, per costruire le solide fondamenta del suo futuro).