Nati per essere portati

I nostri bambini, fisiologicamente, nascono quando la circonferenza cranica raggiunge il massimo diametro possibile per passare attraverso il canale del parto. Il loro cervello, però, è grande solo il 25% di quello che sarà la loro materia grigia una volta raggiunta l’età adulta. E le informazioni che contiene sono proprio minime e legate alla sopravvivenza. 

Che cosa ci dicono queste tre cose messe una accanto all’altra? Che le competenze del nostro bambino, alla nascita, sono minime. E che noi, genitori, rappresentiamo la sua sopravvivenza in tutto e per tutto.

Perché è importante sapere queste cose? Perché questo è un buon punto di vista per comprendere i “capricci” del nostro bambino, che capricci poi non sono, ma manifestazione dei bisogni, attraverso l’unico canale comunicativo che conosce: il pianto.

Come vive un neonato la propria vita all’inizio? Immaginatevi neonati: più o meno con la stessa capacità visiva di una talpa, l’olfatto di un lupo, la mobilità di un burattino di pezza e un cervello simile ad un libro vuoto, con giusto il titolo e l’incipit. Privi di qualsiasi autonomia. Privi dell’abilità di comprendere ciò che succede. Privi della capacità di “problem solving”. Ammettiamolo, non è per niente facile come inizio, no?

Possibile che un neonato non sappia proprio nulla? Vero. I neonati qualcosa sanno: sanno che hanno fame, e che la fame si quieta bevendo latte (non a caso la suzione è un riflesso, le cose importanti per loro si attivano pressoché da sole). Sanno che se sentono uno strano fastidio alla pancia devono spingere (anche questo, è un riflesso, sapete?). Idem per la pipì: la fanno senza accorgersi, grazie ad un riflesso. Sanno che la loro salvezza è legata a qualcun altro: per questo hanno il riflesso di presa e quello di soprassalto, di cui noi siamo spesso stupiti: ci pare che afferrino e stringano con forza le nostre dita e che si “spaventino” ad ogni piccolo rumore. Spesso li leggiamo come movimenti volontari ma non è così. Sono riflessi di sopravvivenza – per non perdere quella base sicura che garantisce loro la vita – e sono scritti da millenni nel nostro DNA, per fa si che la specie possa continuare a crescere, evolversi, riprodursi.

Sono poche, ma essenziali, le cose che davvero sa un neonato. Sicuramente sa che se rimane attaccato alla sua mamma non può succedergli nulla di male. Che nella sua mamma è racchiuso tutto quello di cui ha bisogno: calore, nutrimento, affetto e comprensione.

Quando nasce il nostro bambino ci viene chiesto uno sforzo immenso: lui catalizza ogni nostra energia e ci allontana da tutto il resto. Sta a noi scegliere il modo migliore per rispondere ai suoi bisogni: non esiste la risposta giusta per ognuno, ma la migliore possibile per ogni coppia mamma – bambino.

Scegliere di portare il proprio bambino con la fascia è sicuramente un modo per rispondere ai suoi bisogni. Non è IL modo, ma UN modo. Un modo che rimane, al di là di tutto, meraviglioso: avvolgendo il nostro bambino in una fascia gli ridiamo la strettezza e il contenimento che ha conosciuto fino a poco tempo prima, dentro la pancia della sua mamma. Gli ridiamo i confini, il calore, l’odore, il rumore che lo hanno accompagnato per nove mesi. E a noi, questa esperienza, insegna un modo diverso per comunicare con i nostri piccoli: il contatto.