La fatica di essere genitori.. sopratutto di notte!

Io la notte pensavo di conoscerla bene.

A 18 anni ho cominciato a viverla attraversando la città su quei bei furgoni bianchi pieni di scritte e disegni di vario tipo, sovrastati da luci blu che, in alcune occasioni, diventavano anche molto rumorose. Facevo il soccorritore e la notte era pura adrenalina.

Poi, mi sono laureata e sono diventata infermiere. Lì ho vissuto la notte in luoghi dove non esiste la differenza tra sonno e veglia, dove la luce è sempre artificiale, dove il suono proviene pressoché solo da macchinari di vario tipo, dove certe volte la linea che divide la vita e la morte è così sottile che hai paura che, spegnando la luce, si spenga anche l’ultimo barlume di vitalità che aleggia in quel corpo disteso sul letto.

Ma alla fine di quelle lunghe notti, quando sopraggiungeva l’alba, quando la stanchezza era tale e tanta che le righe del libro si mescolavano insieme rendendo le parole una sorta di danza ipnotica senza senso alcuno, sapevo che la fine del turno era vicina. Che la parola “risposo” sarebbe diventata presto realtà. Che, per alcune ore, sarei sprofondata nel sonno buio e nero, tipico di chi è ormai esausta.

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E poi sono arrivati loro, i bambini. A sconvolgere i piani. A mostrarmi una notte diversa, una notte “di mamme e di papà con il biberon in mano“. Beh, nel mio caso “di mamma con la tetta fuori e un buon libro o l’iPad in mano per non morire di sonno e lasciare che il fagotto facesse la sua prima caduta per colpa sua” – ma credo che suoni meno romantica come versione, se la cantasse quel famoso cantautore li.

Comunque sia, la notte è una delle cose che più mi ricordo. Io, che credevo di conoscerla in ogni sua ora, in ogni suo minuto, in ogni suo segreto. Io che di notti “facendo l’alba” ne ho fatte tante. Io che pensavo di padroneggiare il concetto di “veglia” ne sono stata sopraffatta.

Ricordo la stanchezza, alle otto di sera. Ricordo le lacrime, che arrivavano verso le nove, quando avrei tanto voluto che la giornata fosse prossima alla fine e invece ero conscia che era solo a metà. Ricordo l’oscurità in cui i suoi occhietti mi scrutavano vispi. Ricordo il freddo. Ricordo le ore appollaiata sulla poltrona, stringendolo a me, nella speranza che il malanno di turno ci desse qualche ora di tregua. Ricordo i pannolini cambiati in semi oscurità, sai mai che si illuda che sia giorno e che possa ricominciare la festa. Ricordo le urla, le sgridate senza senso, le parole di troppo dette per cose di cui non aveva reale colpa, se non quella di essere solo un neonato. Ricordo la rabbia, certe volte, al centesimo risveglio.

Ricordo anche le sue manine sulla mia pelle. Il suo crapino sudato sulla mia spalla. Ricordo l’odore di formaggino stantio che emanavano i suoi capelli, così orridamente buono. Ricordo il suo respiro, che si perdeva nel mio. Ricordo il suo corpicino adagiato al mio, completamente abbandonato, conscio di essere nel posto più bello del mondo. Ricordo i suoi “mamma mamma!” e i suoi sospiri beati, quando mi ritrovava. Ricordo le favole, narrate sottovoce, per accompagnare di nuovo tra le braccia di Morfeo. Ricordo il “mamma, mettiti a letto con me, così mi sento sicuro“, non importa se il suo letto è lungo 160 cm e io almeno una decina di centimetri in più, arrotolati vicino vicino ci stavamo benissimo. Ricordo tutti i pupazzi nel lettino minuscolo con lui, per rendere la notte meno nera.

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L’unica cosa che non ricordo è una notte senza risvegli. Almeno da 4 anni a questa parte.