Dopo parto: quello che non mi avevano raccontato

Il parto è da sempre un momento di grande apertura, fisica ed emotiva: come mai prima di quel momento, noi donne, ci siamo sentite allo stesso tempo esauste e potenti. 

Io per prima, dopo la nascita di Nicolò, pensavo che tutto sommato la grande fatica era stata fatta e che, da li in poi, sarebbe stato tutto un mondo nuovo, meraviglioso, pieno i cuori e sorrisi.

In realtà le cose hanno preso una piega diversa già nella settimana dopo il parto: gli alti e bassi dell’umore, che sono una frequente reazione di adattamento al cambiamento, mi hanno gettato in una quotidianità che aveva tutto l’aspetto di un luna park emotivo. Mi sentivo triste e insofferente al pianto del mio bimbo. Ma anche estasiata e in pace con il mondo semplicemente guardandolo. C’erano eventi apparentemente banali che mi facevano ridere tantissimo e altrettanti che mi facevano piangere.

Avevo letto che spesso la stanchezza e il cambiamento brusco di ritmi e abitudini quotidiane sono motivi sufficienti per suscitare rabbia, ma non ci avevo dato peso. Max ogni tanto mi rinfaccia ancora tutte le cose che gli ho scagliato addosso per un nonnulla. Se ci ripenso, oggi, mi viene da sorridere. Allora, quando il mio cervello usciva dalla nebbia ormonale, mi volevo sotterrare: in realtà è importante non vergognarsene e non nasconderla, ma esprimerla e accettarla. Fa parte del “kit ormonale della puerpera”, succede a tutte!

Una delle cose che mi colpiva maggiormente, poi, erano i piccoli problemi che apparivano ai miei occhi come fatiche insormontabili, ci ho messo parecchio tempo a comprendere che suscitavano in me emozioni e ricordi legati all’esperienza di quando ero bambina.

claudia sfetez

Così come non è stato facile accettare che con me Nicolò piangesse come un matto e, appena arrivava la nonna o il papà, si quietasse e si addormentasse, nonostante ci provassi da ore: i bambini rispondono agli stati d’animo della persona che si prende cura di lui e ne assorbono ogni tensione. Con Giacomo e Margherita la fascia, in questo senso, ha aiutato tantissimo perché ho compreso, nel tempo, che non è solo uno strumento di trasporto ma un mezzo per creare un legame, per prendersi cura del bambino in ogni istante, pur riuscendo a fare altro e, quindi, abbandonando molte tensioni emotive (ricordo con nitidezza il mio bisogno di fare qualcosa che non fosse tenere in braccio il mio bambino e, per contro, il suo bisogno di contatto e contenimento. E le scintille che questo scontro emotivo generava).

Con il passare del tempo ho imparato a gestire le mie emozioni e a chiedere sostegno e appoggio quando mi sentivo troppo stanca, ma non è stato facile: ho sempre avuto la sindrome della “mamma perfetta” e non ho mai accettato con facilità i miei limiti.

C’erano tantissime cose a cui non ero preparata: all’intensità del parto, ai segni che aveva lasciato sul mio corpo e nella mia psiche, alla fatica di donarsi in tutto e per tutto ad un’altra persona.

libro post parto

Il fatto che fosse il bambino più desiderato del mondo non mi ha aiutato: non faceva che farmi sentire ancora più in colpa. “Come? Lo hai voluto tanto e adesso te ne lamenti?”. “Non è mica un giocattolo!”. “Vorresti renderlo, eh? Ma non si può!”. “Dai dai, il parto è andato, ora pensa al resto e dimentica”. “Ah, cara mia! Cosa credevi, di aver messo al mondo una bambola?”. Queste sono solo alcune delle cose che mi sono sentita dire, magari con leggerezza, dopo qualche lamentela. Frasi buttate li, quasi per caso, pour parler.

Piccole cicatrici emotive, che si aggiungevano alla nuova cicatrice fisica: quella che il passaggio della testa e del corpo di mio figlio mi aveva lasciato.

Una cicatrice che non ho mai toccato. Che non ho mai guardato. Una cicatrice così inaccessibile che il passaggio degli altri due non ha scalfito. Se avessi avuto tra le mani il libro di Claudia Sfetez, forse, quella cicatrice l’avrei trattata in modo diverso.

Me ne ha parlato un’amica, di quel libro: “guarire dopo il parto – quando la nascita non è stata rose e fiori“. E io ho pensato che non facesse per me. In fondo era passato del tempo e, anche se il parto di Margherita non è stato bello come me lo ero sognata, tutto sommato lo avevo elaborato. Poi ho letto qualche recensione qui e là e qualcosa è scattato in me, qualcosa che mi diceva che forse valeva la pena di leggerlo.

L’ho tenuto sul comodino per un mese. Non era mai il momento giusto per cominciarlo. Poi ho preso coraggio e l’ho aperto. Non dico che l’ho letto tutto d’un fiato ma poco ci è mancato.

claudia sfetez

Pagina dopo pagina si è aperto davanti ai miei occhi un libro gentile, rispettoso, aperto, che lasciava spazio a tutto: dal ridare valore al dolore, al distacco, alla presa di coscienza arrivando a riconoscere e accogliere la bellezza del proprio corpo e del proprio bambino, comunque sia andata, passando attraverso il perdono e l’accettazione.

Non mancano degli spunti e le proposte pratiche, le spiegazioni, anche quelle più tecniche sono fatte con parole sempliciNon ci sono mai imperativi mentre sono molte le proposte e le soluzioni offerte. Dopo tanto leggere, ho finalmente trovato un libro diverso, che parla in modo diretto e onesto, ma con toni dolci. Un libro scritto da donna, per tutte le donne.