La apnee affettive: come riconoscerle e trattarle

apnee emozionali

In medicina vengono definiti come “spasmi affettivi” e, se ne vostro figlio ne soffre, vi assicuro che non avrete dubbi in merito. Solitamente – per un motivo qualsiasi – il bambino inizia a piangere, poi si blocca (appunto, fa un’apnea) e dopo un numero variabile di secondi riprende a piangere.

Da li in poi il pianto prosegue in modo naturale e si conclude come ogni pianto normale, con un po’ di coccole, ma vi assicuro che quella pausa vi porterà, ogni volta, un numero variabile di capelli bianchi in più. Se poi aggiungete che qui ne sono affetti due bambini su tre, potete ben capire perché io dal parrucchiere ci debba andare una volta al mese.

Al momento non sono state ancora scoperte le cause di queste apnee, ne soffrono circa il 5% della popolazione e sono maggiormente presenti tra i 6 e i 18 mesi, la buona notizia è che solitamente cessano entro il compimento dei 6 anni. Nel 25% dei casi se ne riscontra familiarità (qui ne soffriva il papà).

La maggior parte dei bambini soffre di quello che viene definito spasmo affettivo semplice: consiste nel trattenere il respiro prima della fase di espirazione, non porta a particolari conseguenze e la ripresa del pianto è spontanea. Lo spasmo è causato, solitamente, da una frustrazione o un dolore, può avere una durata variabile, raramente porta a svenimento ma può succedere.

Il bambino, sopratutto quello piccolo, non è cosciente di questo meccanismo di apnea all’inizio del pianto, ovvero non lo “fa apposta” a trattenere il fiato per ottenere qualcosa (fosse anche solo l’attenzione del genitore).

apnee emotive

Qui non siamo mai arrivati allo svenimento, ma le labbra blu sono d’ordinanza e un paio di volte, in caso di piccoli incidenti, Giacomo aveva uno sguardo assente e ha perso il tono muscolare per pochi secondi. Margherita manifesta gli spasmi in particolare davanti a piccole frustrazioni e quando è stanca, solo una volta l’ho vista cadere a terra a causa dell’apnea e vi assicuro che in quel caso mi è preso un colpo!

Non tutti i pianti portano ad apnea, perciò non sono prevedibili in nessun modo. Più i bambini sono piccoli, più sono frequenti perché i bambini vivono le loro emozioni al 100% e non ne hanno padronanza, perciò in Margherita uno spasmo di può manifestare perché è caduta ma anche perché non l’ho presa in braccio o perché uno dei fratelli le ha tolto un gioco di mano: dipende proprio dall’intensità dell’emozione che lei prova in quell’istante. In Giacomo, che più grande e sa manifestare le sue emozioni in modi diversi (e comincia anche a governarle), le apnee sono più rare e si manifestano in caso di eventi acuti: una caduta, uno spavento, una grossa arrabbiatura, insomma, deve esserci un motivo scatenante molto più forte.

Cosa fare quando il bambino trattiene il respiro?

  • la prima cosa semplice ma non banale è mantenere la calma: sopratutto le prime volte non è facile, ve lo assicuro;
  • provate a fermare l’apnea con piccoli gesti come soffiare sul volto o battere le mani per spezzare il momento, qui vi confesso che non funzionano molto;
  • abbracciate i vostri bambini, per due motivi semplici: è importante che si sentano sempre protetti e al sicuro e, banalmente, se dovessero perdere conoscenza, di sicuro non cadrebbero. Negli anni ho notato che abbracciarli e tenerli stretti a me li aiuta nel fermare prima la crisi e riprendere un normale respiro (Margherita a volte le fa anche solo perché l’ho data in braccio ad un nonno e quindi ho “misurato” il pianto, se la riprendo e la abbraccio interrompe prima l’apnea rispetto a quando la lascio in braccio ad un nonno).

Sui bambini un pochino più grandi, le apnee diventano un’arma a doppio taglio: involontariamente noi genitori potremmo diventare più permissivi proprio per la paura di scatenare nuove crisi (sopratutto quando si hanno bambini che hanno reazioni più gravi, come la perdita di coscienza) e loro potrebbero simularne alcune. Io devo dire che non mi è mai capitato di vedere una crisi simulata ma so già, grossolanamente, quando Giacomo ne avrà una: ad esempio dopo una caduta in cui si è fatto male oppure in seguito ad uno spavento. Più raramente (e spesso è correlato alla stanchezza e quindi alla difficoltà di governare le emozioni) in seguito ad una sgridata o un litigio.

trattenere il respiro

Una cosa che mi aiuta con Giacomo, che è più grande, è quella di parlargli durante l’apnea affettiva, per rassicurarlo.

Di solito lo abbraccio forte e gli sussurro che va tutto bene, che la mamma è li con lui e che ora risolviamo tutto, insieme, però ho bisogno che si calmi un attimo per raccontarmi bene che cosa è successo (anche se magari lo so perfettamente). L’input di chiedergli di raccontarmi l’accaduto spezza la crisi proprio perché lo distrae, questo però funziona, ovviamente, con i bimbi più grandi.

In ogni caso, è sempre importante parlare con il proprio pediatra di questi eventi, perché potrebbe proporvi di fare degli approfondimenti in merito.