Perché i bambini giocano alla guerra?

Quando ho scoperto di aspettare un maschio, ho dovuto venire a patti con una delusione non da poco, lo ammetto.

Nel mio immaginario mi vedevo mamma di una bambina, intenta a giocare con le bambole e a scegliere vestiti in mille tonalità di rosa diverso. Mi sono sempre detta che questo mio desiderio di avere a che fare con una femmina, piuttosto che con un maschio, derivasse dal fatto che a casa mia, di bambini maschi, non ce ne sono mai stati. Perciò, la difficoltà maggiore stava proprio nel non saper immaginare un’infanzia declinata al maschile.

Se per il primo anno di vita, nei giochi, grosse differenze non se ne vedono, dall’anno e mezzo / due in poi, il mondo del giocattolo (per lo meno quello della grande distribuzione) si spacca a metà: rosa = bambole e piattini, azzurro = macchinine e armi.

E se in cuor mio sapevo che non avrei avuto difficoltà a trovare spazio per ruspe, trattori, auto da corsa e sommergibili, non posso dire lo stesso per le armi. Avere un’arma giocattolo in casa, per me, equivaleva a dire al bambino “ok, la violenza è permessa”. Fino allo scorso anno, banalmente, nemmeno la pistola ad acqua era mai entrata tra le nostre mura.

Le cose si sono leggermente ammorbidite, da parte mia, con il carnevale e il desiderio forte di Giacomo di vestirsi da cow boy, a quel punto le soluzioni possibili erano due: o scendevo a compromessi o lasciavo Giacomo con un costume zoppo.

La prima cosa che ho fatto, come sempre, è stata quella di fermarmi e farmi delle domande: perché ai bambini viene naturale giocare a spararsi?

Sicuramente una parte di questa influenza è data da ciò che vedono: a partire dai 2-3 anni, è normale che tentino di riprodurre nel gioco gli stessi ruoli e gli stessi modelli che osservano nella realtà (sia tra pari che osservando noi adulti) e attraverso la televisione; quest’ultima contribuisce in larga misura ad influenzare gli atteggiamenti dei bambini e spesso l’identificazione passa anche attraverso il “mettere in gioco” comportamenti violenti e aggressivi proposti con molta frequenza dai mass media (li guardate i cartoni con loro, vero? Sopratutto quando entrano nella fase in cui Masha e Orso diventano noiosi e cominciano ad esplorare gli altri canali..), questo motiva, in parte, il maggior interesse verso l’utilizzo di pistole, e altri oggetti che vengono usati simbolicamente come armi, da parte dei bambini (succede in prevalenza ai maschi, sopratutto per la proposta televisiva rivolta a loro e alle influenze esterne che ricevono).

Ma non dimentichiamoci che i giochi cosiddetti aggressivi, come fare la lotta o sparare, sono modalità attraverso le quali i bambini esprimono parte della loro aggressività e delle loro pulsioni: il gioco, in questo caso, ha una funzione liberatoria per le emozioni più profonde e istintive.

Trattandosi di un gioco è “solo” una simulazione, ma permette al bambino di vivere da attore e in prima persona quei ruoli che possono creargli disagio e quindi smorzare la risonanza emotiva. La funzione simbolica del gioco permette ai bambini di impersonare ruoli e modelli sulla base dei messaggi ricevuti dall’esterno: quando il bambino “fa finta che” riproduce la realtà osservata ma, svolgendola in forma simbolica, la adatta alle proprie esigenze emotive.
I modelli di comportamento proposti dalla nostra società non sono sicuramente esempio di cooperazione e di serenità relazionale e i bambini spesso “mettono in gioco” ciò che li ha colpiti maggiormente della vita che li circonda (ad esempio, avete mai notato come, quando litigano tra di loro, propongono esattamente gli stessi schemi comportamentali che voi avete avuto con loro o nelle discussioni che avete tra le mura domestiche?).

Per quanto a casa nostra non si usi la violenza e si stia piuttosto attenti a ciò che la TV propone come contenuti, sempre più spesso li trovo a giocare – magari di nascosto – a sparare. Sparano alle case, sparano alla palla, sparano ai tetti, sparano a fantomatici ladri. Mi sono resa conta, osservandoli, che più proibivo e biasimavo queste azioni, più li trovavo a giocarci di nascosto. Da li ho capito che il proibire non era la via giusta per arginare il fenomeno: questo non vuol dire che casa nostra sia piena di armi, anzi! Non mi piacevano ieri e non mi piacciono oggi, ma ho compreso che una piccola fetta di gioco, per loro, è importante che sia caratterizzata da piccoli combattimenti e schermaglie.

Con le pistole “sparano” alle loro paure, ai “cattivi”, a quelli che potrebbero “fargli del male”, ma anche al fratello che gli dà fastidio e gli provoca rabbia. Sparano, simbolicamente, a colui che vorrebbero “eliminare” in quel momento: da sempre, quando noto questi eventi, mi fermo e cerco di ragionare con loro su quello che sta accadendo, senza mai proibirlo o negarlo ma invitandoli a dare un nome alle loro azioni e a condividerle anche con il malcapitato di turno. 

Nessun’arma è stata introdotta in casa nostra con leggerezza e quando vediamo che la “sparatoria” diventa troppo cruenta o senza un senso apparente (sparo alle piante dl bosco perché mi annoio a camminare), ricordiamo sempre loro che – per quanto usate per difendersi – le armi sono un oggetto che ha un solo scopo: ferire o uccidere. E che nei loro giochi, ogni volta che sparano, il messaggio che danno è che stanno facendo del male qualcun altro.

Ci ho pensato molto prima di permettere l’uso delle armi, alla fine mi sono resa conto che il loro interesse verso l’oggetto era direttamente proporzionale al mio divieto. E che il mio divieto nasceva da una mia paura di non riuscire a fargli comprendere al meglio il significato che un’arma ha, alla paura di introdurre argomenti faticosi come la morte, il male, il dolore ma, come sempre, spesso la soluzione passa attraverso il dialogo e mai attraverso la negazione.

Le armi non saranno mai un oggetto benvenuto a casa nostra, verranno introdotte solo per il minimo indispensabile (ovvero quelle relative ai travestimenti e magari per giocare con l’acqua ma non di certo quegli aggeggi mostruosi che compaiono ogni estate nei negozi) ma dopo una lunga riflessione abbiamo deciso che proibirle era peggio che lasciare loro un piccolo spazio.