In fascia con il papà!

Fin dalla nascita, la cura di nostro figlio è stata quasi esclusivamente di mia competenza.  Considerati gli orari di lavoro del papà, di conseguenza, anche il portare è stata una via di relazione privilegiata tra me e Nathan.

In più occasioni ho cercato di avvicinare Thomas al portare, soprattutto quando Nathan era piccolino, con l’utilizzo del mei tai, ma non si è mai appassionato.  Molto probabilmente, nella fase iniziale della nuova vita a tre, non era una sua priorità: già era complicato gestire una creatura minuscola, figurarsi prendere confidenza con le fasce di un mei tai.

Mio marito è diventato un papà portatore quando nostro figlio aveva un anno, in una vacanza nella nostra amata Umbria. Cosa gli sia scattato all’improvviso non lo so, probabilmente il suo animo razionale da ingegnere gli ha fatto comprendere che arrampicarsi per le strade strette e ripide di Spello il 16 di Agosto, con il passeggino, era un’impresa davvero impegnativa.

in fascia con il papà

Da quel momento tra noi due è cominciata una specie di lotta su chi dei due potesse portare Nathan quando eravamo fuori tutti insieme, lotta a cui mi sono rapidamente arresa vedendo la gioia e la fierezza con cui mio marito portava nostro figlio. Da allora ho cominciato ad osservare il rapporto che si stava creando tra loro.

Vedendo l’orgoglio con cui Thomas portava in groppa il nostro cucciolo mi sono resa conto di quanto il portare dei papà sia molto diverso dal portare delle mamme; ho cominciato a provare curiosità per questo tipo di rapporto, per come i papà affrontano il portare e le motivazioni per cui lo fanno, come si crea un rapporto completamente diverso rispetto a quello con le mamme e come le mamme affrontano questo rapporto così stretto, intimo, a cui forse non sono preparate.

Da questa riflessione nasce il mio desiderio di capire lo stile di accudimento dei papà nei confronti del portare, il loro creare un rapporto esclusivo e diverso con il neonato, pur utilizzando lo stesso supporto.

portare con la fascia

Le mamme ricoprono un ruolo importante nella scelta dei papà di provare a portare: quanto più sono serene e convinte nell’avvicinarsi al portare, tanto più ai papà sembrerà una via di accudimento valida e alternativa (o complementare) all’utilizzo del passeggino.

Molte mamme si fanno accompagnare agli incontri informativi per condividere la conoscenza di uno strumento di relazione, di una forma di accudimento alternativo rispetto a quelli tradizionali.

La naturalezza con cui le mamme si avvicinano al portare rende l’utilizzo della fascia normale anche per il papà, la mamma da l’esempio che il papà segue.

posizioni del portare

Da numerose ricerche si evince che l’attuale generazione di papà trova nella fascia una via di relazione con i propri figli, incurante del fatto che l’accudimento del neonato sia “affare da donne”; anzi, è una vera e propria ricerca di una relazione esclusiva con il bambino, oltre ad un “mezzo” per aiutare la mamma non solo in situazioni particolarmente difficili o gravose.

I papà si sciolgono nell’abbraccio del portare, escono dal consueto luogo comune dell’ ”uomo forte che non mostra sentimenti”, si lasciano guidare dalla propria compagna, e soprattutto dal proprio figlio, nell’ascolto di sè stessi e della relazione emotiva e fisica che si instaura con il bambino.

Per i papà, che non hanno provato le sensazioni della gravidanza, il portare diviene una sorta di riscatto, la possibilità di vivere le sensazioni del pancione. Per questo la maggior parte dei papà ama il pancia a pancia, fa molta fatica ad abbandonare questa posizione anche quando i bambini sono troppo grandi per starci, soprattutto i papà che cominciano a portare da autodidatti.

Quando il bambino è abbastanza grande per interagire anche il papà evolve il suo portare, si decide a cambiare posizione e a passare sulla schiena; probabilmente perché ha concluso la “sua esogestazione” e si rende conto che il bambino non è più un cucciolo microscopico da proteggere, ma una persona a cui mostrare il mondo.

Arrivato il momento del passaggio sulla schiena, i papà si rendono conto che un intervento esterno, oltre al sostegno avuto dalla mamma, può essere d’aiuto per proseguire l’avventura, riconoscendo la figura dell’istruttrice PiP® come un’operatrice formata a questo scopo. Alcune mamme si affidano di più alla rete, senza escludere la questione tempo: la mamma a casa in maternità ha più tempo per “studiare” e provare, mentre il papà ha tempistiche diverse.

Arrivati a questa fase molti papà cambiano il supporto, abbandonando la fascia. Pur avendo fatto un corso o una consulenza ed essendo perfettamente in grado di legare, preferiscono gli strutturati, che sentono più affini al loro modo di portare; forse li sentono strumenti più pratici…e poi diciamocelo, giocare con i tessuti è un “affare da donne”.

Le mamme sono le più ferventi fans dei loro compagni, si inorgogliscono a vederli occhi negli occhi con i loro cuccioli, sono sollevate nel poter dividere il “peso” di crescere il loro bambino, sono fiere di vedere i papà sciogliersi nell’abbraccio con i loro figli: lasciarli fare vuol dire dare fiducia alla relazione.

Le mamme che riescono ad uscire dal loro ruolo prioritario, aiutano i papà a costruire una stretta relazione emotiva con i propri figli.

Con questo lavoro credo di aver visto solo la crosta della relazione padre-figlio che il portare aiuta ad instaurare, il percorso è ancora lungo ma penso che possa rivelare aspetti che raramente vengono messi in evidenza.

Durante la gravidanza e dopo il parto, per ovvi motivi, ci si concentra sulla relazione madre-figlio, mentre la relazione padre-figlio viene sempre trattata in modo secondario. Se storicamente ciò era accettabile, questa nuova generazione di papà ci induce a rivedere ed analizzare anche la relazione tra papà e neonato a partire dai primi mesi di vita..

I padri che ho incontrato sono l’esempio che la nuova generazione di papà è reale e non solo una definizione data da psicologi ed antropologi.

babywearing papà

Di sicuro è fondamentale la volontà e la predisposizione di questi uomini nell’affrontare questo percorso, la capacità di accettare e fare uscire il proprio lato femminile; conta altrettanto l’avere una compagna che si fida e che li coinvolge nell’accudimento.

Come viene ripetuto spesso durante il percorso della Formazione PiP® il babywearing muove molte cose: i papà portatori sono motivati dal condividere anche la sensazione della gravidanza, ragione per cui i papà faticano a lasciare il pancia a pancia; altrettanta fa la voglia di vivere il proprio figlio, imparare a conoscerlo non solo con gli occhi ma anche con gli altri sensi.

Articolo scritto e redatto di Chiara Schiocchet, istruttrice Portare i Piccoli. 
Chiara lavora a Padova, potete contattarla per mail (chiara.schiocchet@gmail.com) o, in alternativa, scrivendo direttamente al suo profilo Facebook.