Adottare un bambino: la storia di Pamela ed Elias

Pamela è la mamma di Elias, un bimbo davvero bellissimo, che ho conosciuto mentre era alla ricerca di un marsupio che permettesse loro si affrontare un lungo viaggio, in uno dei Paesi dove si porta per eccellenza: l’Africa. Quando hanno varcato la porta, non ho avuto dubbi sul fatto che Pamela non fosse la madre naturale di Elias, ma vedendoli insieme avrei detto l’esatto contrario: erano una diade indissolubile, come ogni coppia mamma – bambino che incrocio sulla mia strada.

Ho chiesto a Pamela di raccontarmi la loro storia, bella e speciale come tutte le storie che parlano di adozione.

Da cosa nasce la vostra scelta di adottare un bambino?

Diciamo che non è stata una scelta immediata: all’inizio non ho preso bene il fatto di non poter diventare Mamma. Ansia, rabbia e dolore erano i sentimenti che più sentivo vicini al problema di non poter concepire un figlio.

Dapprima l’adozione era un’opzione che non volevo considerare, poi mio marito mi ha chiesto di fare almeno qualche incontro conoscitivo e da lì è iniziato tutto: avevamo tanto amore da dare, come famiglia, ed avevamo al contempo un gran bisogno di riceverne. Partendo da questo pensiero, abbiamo capito che non era così importante non essere in grado di mettere al mondo un figlio, ma che era per noi fondamentale averne uno per sentirci una famiglia completa, indipendentemente da dove arrivasse.

Spesso si sente parlare di adozione nazionale e internazionale: quali sono le principali differenze?

All’inizio l’iter per l’adozione, sia nazionale che internazionale, e’ lo stesso.

Se la si vuole guardare dal punto di vista economico, non c’è paragone: quella internazionale è molto costosa; quella nazionale invece, tranne che per qualche giornata a fare documenti e colloqui, non costa nulla.

Ma con l’adozione nazionale rimane quello che viene chiamato “rischio giuridico: il bambino che entra nella sua nuova famiglia, finché l’adozione non viene perfezionata, può essere adottato da un parente entro il 4° grado se questo ne fa richiesta. Per tutta la durata della procedura (di solito 1 anno) viene nominato un tutore e non vi è certezza che il bambino rimanga.

Voi quale strada avete scelto di percorrere?

La nostra scelta è stata fatta in modo diverso: prima abbiamo scelto l’Ente che ci avrebbe accompagnato in questo percorso (ce ne sono davvero tanti!). Abbiamo cercato di conoscere le principali caratteristiche, in quali Paesi operava, i prezzi e le tempistiche di adozione ma, soprattutto, abbiamo ascoltato le nostre sensazioni. Quindi, ancor prima di avere l’idoneità dal tribunale, avevamo scelto l’associazione a cui affidarci.

Insieme a loro abbiamo identificato il paese di origine del nostro bambino, nel nostro caso l’Africa, perché pare che i bambini abbiano vissuti meno difficili, non è così comune la violenza o il maltrattamento. Il motivo principale per cui si lasciano i bambini in adozione è la fame.

A noi, poi, il popolo africano è sempre apparso come un popolo caldo e solare.

Ultimo ma non meno importante: il colore della pelle. Abbiamo sempre pensato che fosse più semplice che il bimbo avesse tratti somatici diversi dai nostri, più semplice per spiegare che era stato adottato.

Quali sono stati i passi più difficili in questo percorso? E quelli più belli?

Per noi il passo più difficile e’ stato proprio quello di iniziare il percorso, mi ci è voluto tempo per accettare l’idea e intraprendere il cammino dell’adozione. Ancora oggi riconosco che mio marito, in questo frangente, ha dimostrato una pazienza infinita.

Nel durante, abbiamo incontrato molte persone disponibili, che ci hanno aiutato tanto: dalla psicologa all’assistente sociale, dall’ente stesso, alle coppie che stavano vivendo la nostra identica esperienza.

Mi rendo conto che siamo stati fortunati: spesso si leggono storie di coppie che, fin dall’inizio, incontrano ostacoli. Io invece ricordo con gioia ogni momento del nostro percorso.

Forse una parte dura è stata l’attesa ma ti dirò che anche quella ci e’ servita. E’ servita a noi come coppia, ci ha unito molto e ci ha preparato ad accogliere il piccolo in modo sereno.

Di sicuro il momento più bello e’ stato quando l’ente ci ha chiamato e ci ha comunicato che c’era un angioletto che ci stava aspettando: non avevamo nulla più del nome e dell’età, ma non dimenticherò mai quell’istante. Tre mesi dopo siamo partiti per l’Africa, per andare a conoscerlo e prepararci – tutti – a diventare una famiglia.

Raccontare le proprie origini: qual’è la vostra scelta rispetto a vostro figlio?

Elias e’ stato lasciato dalla sua mamma che era molto piccolo, quindi sarà impossibile risalire a qualsiasi legame familiare, ma per me è molto importante raccontare a Elias da dove viene.

Da subito gli abbiamo raccontato una fiaba che parla dei nostri percorsi: io ho scritto il testo e un’illustratrice l’ha disegnata. Tutt’ora, Elias ha quasi tre anni, è uno dei suoi libri preferiti!

Noi siamo molto legati al suo Paese di origine e all’associazione che ci ha portato da lui. Siamo già tornati insieme a lui due volte in Etiopia, che consideriamo ormai una seconda casa, e il progetto è quello di tornarci almeno una volta all’anno.

Mi sento di dire che siamo stati fortunati anche in questo, Elias era molto piccolo quando e’ arrivato nella nostra famiglia (aveva solo 7 mesi) e i ricordi che ha dell’Etiopia li ha acquisiti con noi. La “casa dei bimbi” per lui è la sua seconda casa, si sente a suo agio lì e per noi questo è importante.